16 dicembre
Luciano Manicardi e Gian Piero Quaglino
La passione per l’umano
Dalla tradizione cristiana, fin dalle sue radici bibliche, emergono alcune pratiche di “pace” che indicano dei movimenti volti sia al “disarmo” interiore che allo spegnimento delle animosità che infiammano i rapporti intraumani e rovinano i rapporti interni a una comunità (“Se vi mordete e divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri”: Gal 5,15). L’ospitalità, descritta in modo sublime dalla Regola di Benedetto, la mitezza, indispensabile al dialogo, la lotta spirituale, ovvero la guerra interiore che è il prezzo della pacificazione della persona. Quindi la pazienza come attesa dei tempi dell’altro, come arte di vivere l’incompiuto in se stessi e negli altri, come ypomoné, sopportazione, nel senso di porsi sotto all’altro e portarlo come un peso per amore, e come makrothymía, respiro lungo, animo grande, che non si lascia scoraggiare dal dettaglio, dall’incidente di percorso. La rinuncia per combattere la perniciosa logica del possesso (il “mio” e il “tuo”), l’umiltà (la realistica conoscenza di sé) per fuggire il paragone e il confronto da cui nascono invidie e gelosie; l’ascesi delle parole per disarmarle e renderle costruttrici di prossimità, e soprattutto la vigilanza che, attraverso la pratica del silenzio, della solitudine e della quiete (fuge, tace, quiesce), persegue la pacificazione del cuore. Curiosamente (ma non troppo) quest’arte di vivere capace di ospitare in sé ogni “ostilità” rivolta all’esterno (ospitalità e ostilità condividono pur sempre la stessa radice), capace cioè di trasformare l’eterno conflitto tra gli opposti in convivenza “implosa”, si rivela assai risonante con uno dei nuclei centrali del pensiero junghiano e cioè quello per cui vivere è anzitutto “essere un compito per se stessi”. In che cosa consisterebbe questo compito? In nient’altro che nell’espansione del campo di coscienza. E con quale finalità? Con la finalità di realizzare al meglio delle proprie possibilità quel principio di individuazione che, aldilà della formula piuttosto imprecisa che lo risolve nel “divenire se stessi”, può essere meglio espressa come perseguimento e realizzazione di quella singolarità che tocca a ciascuno: singolarità che è anzitutto autenticità (verità di sé), profondità (padronanza del “chiaroscuro”) ed equilibrio permanente (tra gli opposti “conviventi”). Solo il lavoro “psichico” (il laborinthus del lavoro interiore) volto all’espansione del campo di coscienza potrà infatti impedire l’irruzione di quelle temibili forze archetipiche che sono anzitutto proprie della Persona, dell’Ombra e dell’Animus e che potrebbero costituire, se non disarmate, altrettanti pericolosi inneschi inflattivi di ogni genere di conflitto. Il lavoro interiore è dunque indirizzato, in primo luogo, a neutralizzare la falsità (calcolata) della Persona, la malignità (subdola) dell’Ombra e la rigidità (proterva… o “protorva”) dell’Animus. Se è vero che, come Jung afferma, “solo se noi cambiamo, il mondo cambia”, la pacificazione a cui sarà possibile assistere nel mondo esteriore non dipenderà da altro che dalla nostra volontà e capacità di risolvere ogni conflitto nel mondo interiore o, quantomeno, di essere i rigorosi custodi di una pace in noi, per quanto armata, ma pur sempre “a salve”.
Luciano Manicardi (1957), monaco, biblista e saggista, è una figura di riferimento nel panorama teologico e spirituale contemporaneo per la sua capacità di coniugare l’analisi biblica con la sensibilità psicologica e antropologica. Si occupa principalmente di esegesi biblica, ma i suoi interventi spaziano dal tema del limite umano alla cura del malato, fino alla riflessione sulla società “post-mortale”. Laureato in Lettere classiche all’Università di Bologna con una tesi sul Salmo 68, fa parte dal 1981 della Comunità monastica di Bose (Biella), dove ha continuato gli studi biblici, è stato responsabile della formazione culturale dei novizi e di cui è stato Priore dal 2017 al 2022. Collaboratore di diverse riviste di argomento biblico e spirituale, tra cui “Parola, Spirito e Vita”, tiene regolarmente conferenze, seminari e predicazioni. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo Memoria del limite. La condizione umana nella società postmortale (2011), La vita interiore. Dimensioni creative (2014), Il vangelo della fiducia (2014), La crisi dell’età di mezzo (2015), Spiritualità e politica (2019), Fragilità (2020), Rut. I libri della Bibbia (2021), Scrivere il perdono. Gesù e la donna adultera (2022), La passione per l’umano (2023), Lolita, Teheran e noi (con Emanuele Trevi e Claudia Mazzucato, 2023), Elogio della curiosità. Contro l’indifferenza (2024), A cosa serve leggere? (2024), Leggere il presente con gli occhi di domani (2024), La disabilità non è una vocazione (con Simone Stifani, 2025) e Il Cantico dei cantici: l’esperienza erotica (2025). Il suo lavoro più recente è Diventare umani. Una grammatica della vita spirituale (2026).
Gian Piero Quaglino, già professore ordinario di Psicologia sociale, Psicologia dinamica e Psicologia della formazione, ha insegnato per oltre trent’anni all’Università di Torino, dal 1977 al 2010. Nello stesso Ateneo è stato direttore del Dipartimento di Psicologia, presidente del Corso di Laurea in Psicologia (1993-1997), direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute (2002-2005) e preside della Facoltà di Psicologia (2003-2008). È stato inoltre presidente del Consorzio Interuniversitario per la Formazione (CO.IN.FO., 1994-1999). Attualmente insegna Fondamenti di Psicologia Analitica presso l’Istituto di Psicologia Analitica e Psicoterapia (IPAP), Scuola di Specializzazione presso il Polo Formativo Universitario “Officina H Olivetti” di Ivrea. Ha diretto la collana “Individuo Gruppo Organizzazione” per Raffaello Cortina Editore (1992–2012). È autore di oltre duecento contributi scientifici sui temi della formazione, dell’organizzazione, del gruppo e della leadership, tra cui Fare formazione (1985; 20052), I climi organizzativi (1987), Gruppo di lavoro, lavoro di gruppo (1992), Leadership (1999), Gioco di squadra (2003), La vita organizzativa (2004), Autoformazione (2004), Scene di leadership (curato con Claudia Piccardo, 2006), La scuola della vita. Manifesto della Terza Formazione (2011) e Formazione. I metodi (2014; 20262), oltre ai cinque volumi di Scritti di formazione (1999, 2005, 2006, 2007, 2010). Socio onorario dell’Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica (ARPA, Torino), ha dedicato numerosi lavori al pensiero junghiano, tra cui Modelli del sogno (curato con Silvio Stella, 1994), A spasso con Jung (con Augusto Romano, 2005; 2021), A colazione da Jung (con Augusto Romano, 2006), Nel giardino di Jung (con Augusto Romano, 2010), Carl Gustav Jung a Eranos 1933-1952 (curato con Riccardo Bernardini e Augusto Romano, 2007) e il più recente Pagine junghiane (2025). Ha inoltre curato le edizioni di Aforismi di Carl Gustav Jung (con Augusto Romano, 2012), Aforismi dell’inconscio (con Augusto Romano, 2014), I miti solari e Opicino de Canistris. Appunti del Seminario tenuto a Eranos nel 1943 (con Riccardo Bernardini e Augusto Romano, 2014-2015) e l’edizione italiana di Dream Tending di Stephen Aizenstat (con Riccardo Bernardini, 2013). I suoi libri di taglio più letterario includono Meglio un cane (2015), I quaderni di Eduardo Descondo (2018), Nuovi quaderni di Eduardo Descondo. La Compagnia del Mitra (2019), Abitare la soglia (2019), Incerti versi di Carlos Albasuelo (2019), Premiata ditta Caso&Destino. I quaderni di Eduardo Descondo, Vol. III (2020), Lettera a Mirul di Lumir Medana (2020), Ombre, buio (e Bob Dylan) di Marcelo Malavista (2021), Istituto Pesaventa. I quaderni di Eduardo Descondo, Vol. IV (2024) e Incerti versi di Carlos Albasuelo (2024).